JAMES CRUMLEY, IL CASO SBAGLIATO

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 25 Novembre, 2008 da lconti

wrong-case

Da oggi in libreria.

Einaudi Stile Libero, 364 pagine, 17 euro e 50.

Traduzione di Luca Conti.

Ecco come inizia.

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Mai andare a letto con una donna più incasinata di te

- Lew Archer

1

Bravo chi sa spiegarle, le leggi. O come siano state cambiate dal tempo e dagli uomini. Per quasi ottant’anni, dalle nostre parti, l’unico modo per ottenere un divorzio era che uno dei coniugi finisse in galera per qualche reato o si facesse beccare in flagrante adulterio. La violenza fisica o la malattia mentale non contavano niente. E, nei dieci anni successivi alle mie dimissioni da vicesceriffo di contea, quelle antiquate leggi sul divorzio erano servite a riempirmi le tasche. Poi l’assemblea legislativa dello Stato, in un vortice di attivismo al termine di una seduta straordinaria, le aveva modificate lasciandomi in brache di tela. Adesso, da noi, i matrimoni possono terminare per divergenze inconciliabili. Entrambi gli schieramenti, favorevoli e contrari, erano rimasti più che spiazzati dall’imprevista iniziativa del legislatore, ma non tanto quanto il sottoscritto, che aveva passato i due giorni seguenti in ufficio, con un consistente malumore, a bere e godersi il panorama, soppesando un futuro che si presentava inaspettatamente buio. E il panorama aveva un’aria di gran lunga più piacevole delle mie prospettive.

Il mio ufficio ha sede al terzo piano del Milodragovitch Building. Ho ereditato il palazzo da mio nonno, ma gran parte dei profitti finisce nelle tasche di una società di gestione immobiliare, in quelle della mia prima moglie e in quelle degli eredi della seconda. A me sono rimasti un affitto vantaggioso e un fantastico panorama. Fantastico, certo, almeno quando il vento dell’est non ci massacra con i fumi della cartiera, o quando un’inversione termica non tappa la Meriwether Valley come un tappo su un pozzo solforoso. Dalle finestre a nord il mio sguardo può spaziare per tutto il bacino di scolo di Hell-Roaring fino ai tre acri di bosco, appena sotto le cime più basse del Diablo Range, che ho anch’essi ereditato da mio nonno. E dalle finestre a ovest, se non faccio caso alla squallida periferia occidentale di Meriwether, la vallata si stende come un lussureggiante tappeto verde che corre tra ripidi crinali rocciosi. Sul versante nord della vallata, invece, si staglia imponente lo Sheba Peak, su cui la neve indugia fino a estate inoltrata, una montagna bianca e conica come il seno di una giovane donna, una donna concepita negli strani sogni di un lurido minatore, un sogno che solo l’oro e l’argento possono comprare.

A differenza delle mie prospettive, il panorama meritava un brindisi, cosa che feci. Da quando avevo ipotizzato che i matrimoni in via di sfascio si sarebbero sistemati da soli, senza la mia assistenza professionale, quelle prospettive erano numerose ma anche improbabili. Potevo darmi a tempo pieno al recupero delle macchine usate e dei mobili a buon mercato così soavemente promessi dalle finanziarie, inseguendo cattivi pagatori come un segugio spuntato fuori da un inferno economicamente solvibile. Potevo, come no; ma sapevo che non l’avrei fatto. Come non avrei certo potuto vivere con i quarantasette dollari e spiccioli avanzati dall’affitto mensile dell’ufficio, né risolvermi a tagliare il mio bosco per farne legna, né – ancora – convincere il fondo che gestiva i beni del mio defunto padre a mollarmi parte delle sue fortune prima del mio cinquantacinquesimo compleanno. L’unica consolazione era che dalla bottiglia dell’ufficio sarebbe scappato un altro drink, accompagnato dall’ennesima occhiata circolare alla ricerca di qualsivoglia cosa di valore in quella stanza.

La grande cassaforte nell’angolo, un vecchio modello che aveva visto le glorie di mio nonno banchiere, era vuota, fatta eccezione per duemila dollari di losca provenienza che ero riuscito a sottrarre alle grinfie delle tasse. I tre schedari da parete erano pieni di resoconti di matrimoni falliti, privi di ogni valore anche per quei poveri disgraziati che ne erano oggetto. Il ritratto del mio bisnonno era opera di un celebre (anche per la sua ubriachezza) pittore del West, e magari valeva anche qualcosa, ma l’idea di mettere in vendita il mio antenato mi sembrava ben poco opportuna. Prima, senza dubbio, sarebbe toccato agli alberi. O alla vecchia scrivania e al tappeto orientale, che avevano un’aria abbastanza malconcia da essere presi per pezzi d’antiquariato, solcati com’erano da bruciature di sigaretta e lordi dei detriti di dolore e indignazione che si erano staccati da tutti i mariti e le mogli che, in preda all’agitazione, erano transitati nel mio ufficio. L’età e il rimpianto, ecco gli unici attivi e passivi del mio conto economico.

Ma, come tutti gli uomini che bevono troppo, avevo trascorso gran parte della vita a rimuginare sul mio sciagurato futuro, e la faccenda aveva smesso di divertirmi. Così mi sparai un altro drink e mi accostai alle finestre a nord per scrutare gli allegri lavoratori di Meriwether. Un tempo i Milodragovitch erano stati dei veri pezzi grossi, in città, ma ormai l’unico modo che mi era rimasto per guardare qualcuno dall’alto in basso era quello di andare su in ufficio e affacciarmi alla finestra. La pausa pranzo era ormai terminata e la gente si affrettava a rientrare al lavoro, tornando in ufficio o in negozio a bordo di macchine con l’aria condizionata, anche se il clima era più primaverile che estivo. Io, che di macchine con l’aria condizionata non ne avevo mai avuta una, potevo quindi sentirmi un po’ superiore. Almeno fino ad agosto.

CHESTER HIMES: L’UOMO IN FUGA

Pubblicato su Chester Himes, books con i tag , il 22 Ottobre, 2008 da lconti

Lascio la parola a James Sallis, che ne sa molto (e sempre) più di me:

Mi sono avvicinato a Chester Himes sulla scia del grande successo di Pinktoes. Poco dopo ebbi modo di vedere Pupe calde e mafia nera in un cinema periferico di New York. La lettura dei suoi libri, il ritrovarmi a scavalcare vecchie megere e ubriaconi che se la dormivano della grossa nell’atrio del mio palazzo o in svariati angoli della città, il vedere la sfilata di battone e truffatori, di gente malconcia e il grande scintillio dell’America, con la città che non si sa come riusciva sempre a cavarne le gambe, a raccapezzare un giorno dopo l’altro, come una balena arenata; ecco, tutte queste cose iniziarono solo allora ad avere un senso.

Di Himes ammiravo l’originalità della voce, la scrupolosa economia descrittiva, la folle esattezza della caratterizzazione e la velocità del racconto, ricolmo di bruta forza d’immaginazione. Ancor più, forse, ammiravo l’abilità di Himes nel creare un mondo del tutto autoreferenziale, che non è certo Harlem ma una risposta a Harlem.

Ed ecco cosa scriveva lo stesso Himes:

Non facevo in tempo a mettermi seduto che diventavo isterico per l’assurdità e la follia delle storie che andavo scrivendo. Ma era tutta roba per il mercato francese, mi dicevo, che avrebbe buttato giù qualunque fregnaccia sugli americani, bianchi e neri non importava, bastava che fosse incredibile. E mi illudevo di  fare lo scrittore realista. Mai una volta che mi sia venuto in mente che invece ero uno scrittore dell’assurdo. Realismo e assurdo sono aspetti così simili, nella vita dei neri americani, che non si riesce a capire la differenza.

Nel 2005 ho avuto il piacere e l’onore di tradurre Run Man Run, scritto da Himes nel 1966, per la vecchia Giano. Il romanzo è purtroppo fuori catalogo e non ne è prevista, a quanto so, una ristampa.

Pertanto, visto che i diritti della traduzione sono tornati al sottoscritto, metto in rete il primo capitolo. Se vi incuriosisce, forse potete ancora trovare il volume in qualche libreria.

LC

LEE CHILD, O COME TORNARE RAGAZZINI

Pubblicato su Lee Child, books con i tag , il 21 Ottobre, 2008 da lconti

Per leggere con profitto i romanzi di Lee Child (pseudonimo di James Grant, nato a Coventry nel 1954 e riuscito, in soli tredici anni di carriera letteraria, a diventare uno degli autori più letti e pagati al mondo) è necessario munirsi di uno strumento critico fondamentale, che gli anglosassoni amano chiamare suspension of disbelief.

Con tale sospensione d’incredulità sottobraccio siamo allora pronti per affrontare, senza fare la minima piega (e anzi, prendendole per buone), tutte le sconcertanti, incredibili coincidenze che l’autore britannico - ormai naturalizzato statunitense – ama far esplodere ogni cinque minuti tra i piedi del suo supereroe, quel marcantonio di Jack Reacher, ex maggiore della Military Police americana e protagonista di ben dodici romanzi, l’ultimo dei quali è Nothing to Lose, uscito da non molto negli USA.

Con tale sospensione d’incredulità sottobraccio, a leggere i romanzoni di Lee Child ci si diverte un sacco, garantito. Questo perché l’intuizione di Child, gran conoscitore delle pulsioni nascoste e non tanto nascoste del pubblico, stante la sua lunga precedente carriera come produttore televisivo (impiego da cui fu licenziato su due piedi nel 1995 per una di quelle “ristrutturazioni” che vanno così di moda nelle grandi aziende) è stata quella di ripescare il buon vecchio romanzo d’avventure, campo in cui i britannici, da John Buchan fino ad Alistair McLean, sono sempre stati molto abili; aggiornarlo con una bella spolverata di hard-boiled, condirlo con generose spruzzate di violenza (ma non troppa), azione (quella sì, a mani basse), un pizzico di sesso (assai casto, in realtà), e servire in tavola ancora caldo.

Ci si diverte un sacco, perché certe volte con Child sembra di essere tornati ragazzini: i buoni sono buonissimi (Jack Reacher è un marcantonio di due metri, la testa di Bruce Willis sul corpo di Arnold Schwarzenegger, a sentire ciò che racconta Child nelle interviste, ha lasciato l’esercito e vive da drifter, un senza fissa dimora per scelta, che non vuole legami di alcun genere e si muove per l’America quasi aspettando che i guai gli vengano a bussare sulla spalla), mentre i cattivi sono cattivissimi (per esempio, Hook Hobie, il bad guy di Tripwire, è un incrocio tra Capitan Uncino e uno dei ripugnanti, anche nell’aspetto, criminali che combattono contro Dick Tracy).

Naturalmente i cattivi perdono sempre; Jack Reacher - come insegna Bruce Willis in Die Hard - prende un sacco di botte (e un sacco, più una, ne dà), ma è così grosso, buono, altruista, intelligente e disinteressato che non può fare a meno di mettere le cose a posto, si tratti di una congiura per assassinare il Presidente o della misteriosa sorte di un gruppo di militari americani in Vietnam, o ancora di una serie di assurdi omicidi in un paesino sperduto nel nulla, che in trent’anni non aveva mai visto fatti di sangue (e, guarda caso, è sufficiente che Reacher scenda dal torpedone per dare il via alle danze…).

Tripwire, il romanzo che ha dato il via a queste riflessioni, ha la singolare caratteristica di svolgersi in gran parte all’interno delle Twin Towers, e riletto oggi, a quasi dieci di distanza dalla sua uscita - è del 1999 - fa proprio per questo uno strano effetto.

Insomma, nei paragrafi precedenti vi ho raccontato in estrema sintesi la trama di ben tre romanzi di Child (uno, ancora, Echo Burning, non è altro che una rivisitazione di Mezzogiorno di fuoco in chiave hard-boiled, e così via). Gli è che a volte, in un’epoca di eroi tormentati e problematici, c’è un gusto quasi perverso nel leggere di un personaggio le cui certezze e il cui istinto sono incrollabili, invincibile perché ha sempre ragione lui e, soprattutto, assolutamente incapace di stirarsi una camicia (una volta usate, infatti, le butta via direttamente).

LC

«M» NON DEVE MORIRE

Pubblicato su riviste con i tag , il 20 Ottobre, 2008 da lconti

Il destino di “M-Rivista del Mistero”

«Salve a tutti. Qui vi parla Andrea Carlo Cappi alias “doktor M”, il creatore e direttore editoriale di “M-Rivista del Mistero”. Per prima cosa devo ringraziare tutti coloro tra voi che sono lettori e abbonati del mystery magazine ora al suo nono anno di attività: le pubblicazioni - che proseguivano idealmente un lavoro cominciato su “Il Giallo Mondadori”, “Delitti & Misteri” e “G-La rivista del giallo” - ebbero inizio infatti nel gennaio 2000. Da allora la rivista, fondata da me e Andrea G. Pinketts e poi proseguita da me con Lia Volpatti,. già caporedattore de “Il Giallo Mondadori”, ha pubblicato racconti e romanzi inediti di autori passati e presenti, ha affrontato non solo il giallo in tutte le sue forme, ma anche la contaminazione tra generi letterari, con ampio spazio per horror, fantastico e persino western (uno dei numeri di maggior successo di critica e di pubblico, con un romanzo inedito di Joe R. Lansdale). Il nostro numero su Lovecraft viene presentato regolarmente nei convegni dedicati al celebre scrittore da ormai un anno e mezzo.

Perché ne parlo in questi toni nostalgici? Perché mentre mi preparavo a celebrare il decimo anno di lavoro, il 2009, con nuove scoppiettanti trovate… tutto il resto della casa editrice Alacran (che dall’ottobre 2004 ha proseguito le pubblicazioni iniziate presso Edizioni Addictions) mi ha detto… che la rivista non andava più fatta. A meno di aumentare spaventosamente il prezzo o diminuire considerevolmente le pagine, tradendo la natura della rivista - non è possibile continuare le pubblicazioni in libreria (in edicola eravamo andati solo su area-test, con costi molto elevati). E il numero di abbonati, pochi in rapporto alla quantità dei lettori, è insufficiente. Dunque il prossimo numero, in “uscita” entro fine ottobre, non andrà in libreria, sarà spedito solo agli abbonati e disponibile presso la manifestazione Grinzane-Piemonte Noir o alla redazione di Alacran. E dovrebbe essere, in teoria, l’ultimo.

Be’, se avessi l’abitudine di arrendermi non sarei qui adesso: probabilmente sarei un pessimo ingegnere o un mediocre architetto, non avrei pubblicato tanti libri da averne perso il conto e non avrei realizzato nove annate di una rivista unica nel suo genere… l’unica in Italia a fondere i modelli di “Black Mask”, “Il Cerchio Verde”, “Ellery Queen’s Mystery Magazine” e “Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine”. Quindi “M-Rivista del Mistero” non ha la minima intenzione di andarsene gentilmente nella notte. Per ora Alacran ha intenzione di chiudere gli abbonamenti dopo il numero 7 della nuova serie, offrendo in risarcimento a chi è ancora abbonato – o ha rinnovato da poco – libri disponibili del proprio catalogo (una comunicazione arriverà presto agli abbonati).

Non amo gli appelli per cose che non siano veramente serie, ma se vi è capitato di leggere qualcuno dei numeri di “M” e se pensate che un paese vagamente civile non debba essere privo di un mystery magazine e di una voce indipendente e - passatemi il termine - coraggiosa come questa rivista, provate a pensare di abbonarvi o riabbonarvi, non inviate denaro, ma comunicate semplicemente la vostra intenzione all’indirizzo cappi@alacranedizioni.it. Se sarete in tanti, nel 2009 “M-Rivista del Mistero” potrà ripartire come pubblicazione esclusivamente per abbonati, riprendere il discorso da dove lo lasciamo questo autunno di recessione mondiale… e celebrare degnamente il proprio decimo anno di vita. Per ora, chi può, si goda l’imminente numero con un inedito di Deaver, un’avventura di James Bond di Raymond Benson… e molto altro».

Grazie, il vostro K

Il sito web di “M-Rivista del Mistero”

La pagina ufficiale su MySpace con il punto sulla situazione

TIRO MANCINO

Pubblicato su Charles Willeford con i tag , il 15 Ottobre, 2008 da lconti

LAST OF THE INDEPENDENTS cambia grafica.

Il tema precedente non era male ma, per i miei gusti, poco modificabile (a meno di non intervenire sui fogli stile, cosa che al momento non ho né la voglia né, soprattutto, il tempo di fare). Comunque, visto che un’affezionata lettrice mi ha fatto notare che sì, insomma, va bene anche così, ma lei leggeva meglio  prima,  quando lo sfondo era bianco, ho messo in rete anche una versione light disponibile qui. Così chiunque potrà scegliere lo sfondo che più gli (le) aggrada. OK?

Grazie ancora a tutti coloro che mi seguono con interesse.

PS: La copertina qui accanto è quella del romanzo, pubblicato nel 1962, che Charles Willeford – uno che non buttava via niente – riciclò nel 1987 per scrivere il suo capolavoro, Sideswipe, che in italiano è uscito come Tiro Mancino ed è una delle traduzioni di cui vado più orgoglioso.

Ma ne parlerò più avanti. Tra qualche giorno, la seconda parte dell’intervista di Laura Lippman a James Crumley.

PETER LEONARD, L’ORA DEL BRIVIDO

Pubblicato su Peter Leonard, books con i tag , il 14 Ottobre, 2008 da lconti

Traduzione di Luca Conti
ISBN 978-88-625-1037-0
Pagine 256
Euro 18,50
Collana: Nerogiano

«Con la sua trama geniale e i protagonisti così sanguigni e carnali, Brivido è […] un romanzo che ha davvero qualcosa di speciale».
Michael Connelly

«Una trama superlativa, dialoghi serrati, personaggi impeccabili… ho trascorso la notte intera a leggerlo!».
George Pelecanos

«Attraverso gli occhi di una seducente eroina, Peter Leonard ci conduce nel mondo del crimine, là dove agisce l’autentica feccia della terra».
Jim Harrison

«Perfetto, grande attenzione ai dettagli e talento a dismisura con un finale esplosivo».
Thomas Perry

Peter Leonard, partner dell’agenzia di pubblicità Leonard, Mayer & Tocco, è arrivato tardi alla scrittura anche se l’ha sempre respirata, fin da giovane: suo padre è infatti Elmore Leonard, uno dei maggiori romanzieri contemporanei. Brivido è il suo primo romanzo, ma altri sono già in arrivo. Vive a Birmingham, nel Michigan, con la moglie e i quattro figli.

DIZIONARIO DELLE LETTERATURE POLIZIESCHE

Pubblicato su Dizionario delle letterature poliziesche, books con i tag , il 13 Ottobre, 2008 da lconti

In anteprima assoluta, la copertina del gigantesco (oltre 2000 pagine) Dizionario delle letterature poliziesche che uscirà il 18 novembre per Mondadori DOC e la cui edizione italiana è stata curata dal sottoscritto e dal suo complice Giovanni Zucca. Da fine novembre in poi, presentazioni in tutta Italia.

Il Dizionario ha anche un blog (cliccare qui) che includerà anticipazioni, notizie, aggiornamenti, il calendario delle presentazioni e quant’altro ci verrà in mente strada facendo.

JAMES CRUMLEY PARLA CON LAURA LIPPMAN (prima parte)

Pubblicato su James Crumley, Laura Lippman, books con i tag , , il 2 Ottobre, 2008 da lconti

Laura Lippman, eccellente scrittrice di crime novels che finalmente, da qualche anno, sta godendo anche di una meritata popolarità italiana, mi ha gentilmente concesso di tradurre e pubblicare una sua lunga conversazione del 2006 con James Crumley, al quale lo univa una lunga amicizia.

Le cospicue dimensioni di questa chiacchierata tra vecchi amici mi costringono, per comodità di lettura, a dividerla in puntate. Questa è la prima (anzi, a dir la verità questa è soltanto l’introduzione, in cui Laura racconta il suo rapporto umano e professionale con James). Il resto, nei prossimi giorni.

Ah, grazie - come sempre - a Luisa Piussi, la voce italiana di Laura Lippman.

LC

(nella foto, da sinistra, Harlan Coben, James Crumley e Laura Lippman)

UNA CONVERSAZIONE CON JAMES CRUMLEY

di Laura Lippman

Ho incontrato per la prima volta James Crumley nel 2000, alle Bahamas. Questo particolare sembra rendere la cosa ancora più interessante di quanto già non sia stata. Eravamo solo due dei tanti scrittori presenti a un incontro organizzato dal Club Med e battezzato, in maniera fuorviante, «Tenebre sotto il sole». Di sole ce n’era poco, in effetti, ma anche di tenebre. In base ai miei ricordi di quella piacevole settimana gran parte degli scrittori –  George Pelecanos, Dennis Lehane, Harlan Coben, Steve Hamilton, Peter Robinson e Paula Woods, tra gli altri – non faceva che passare le serate, visto che pioveva quasi sempre, riunita attorno a Crumley per ascoltare le sue storie, in prevalenza autobiografiche. Va anche detto che, da parte nostra, c’era un bell’incoraggiamento, e che lui non si faceva pregare. Era il Budda del bar, un maestro affettuoso e carismatico che non aveva tempo né voglia di farsi metter su un piedistallo.

Ho iniziato a leggere Crumley nei primi anni Ottanta, partendo da Dancing Bear (1983) e tornando indietro a recuperare The Wrong Case (1975) e The Last Good Kiss (1978). A dirla tutta, mi sono fatta una piccola teoria – della quale, con l’assoluto candore proprio della migliore tradizione crumleyana, confesserò che non frega niente a nessuno – secondo la quale Crumley è forse l’unico motivo che ha spinto un sacco di scrittori oggi sulla quarantina a dedicarsi direttamente alla crime fiction, anche se l’ambizione e l’abilità letteraria potevano condurli al mainstream. Di conseguenza, senza pretendere di parlare per conto terzi, dirò che ho iniziato a leggere Crumley perché i suoi libri uscivano nei tascabili della Vintage proprio nel momento di maggior fulgore di quella collana. Il sabato andavo sempre a fare colazione alla Twin Sisters Bakery di San Antonio, dopo di che attraversavo la strada per infilarmi nel Book Stop e lì compravo i Vintage a bracciate. Uno di quelli era Dancing Bear, forse il titolo che ricordo con maggiore precisione. Mi aveva fatto impazzire a tal punto che ancora oggi, a oltre vent’anni di distanza, non mi è passata l’arrabbiatura con un mio collega che aveva lasciato la mia copia sul bordo della piscina, finendo per infradiciarmela tutta. Adesso di Dancing Bear possiedo una prima edizione firmata dall’autore, ma mi girano ancora le scatole. Anzi, a essere sincera, ogni volta che ce l’ho con qualcuno è per una questione di libri.

La triste ironia di tutto questo sta nel fatto che la mia scoperta di Crumley ha coinciso con la sua lunga «terra di nessuno», almeno per quanto riguarda le uscite in libreria. Crumley non ha mai smesso di scrivere; è solo che pubblicare, per lui, è tutta un’altra faccenda, anche perché gran parte di ciò che produce e non ci fa leggere non è all’altezza dei suoi elevatissimi standard. Il romanzo successivo, The Mexican Tree Duck, è apparso dieci anni dopo Dancing Bear, anche se nel frattempo ci sono stati una raccolta di racconti (Whores, 1988) e un volume di saggi e altri racconti (Muddy Fork and Other Things, 1991). The Mexican Tree Duck ha vinto, nel 1994, il Dashiell Hammett Award conferito dalla  International Association of Crime Writers. Crumley, che compirà 67 anni il 12 ottobre, ha avuto negli ultimi tempi un relativo attacco di produttività: Bordersnakes (1996); The Final Country (2001, vincitore del Macallan Silver Dagger) e The Right Madness (2005).

Ci siamo parlati per telefono il 21 settembre e la conversazione ha toccato argomenti come la sua vita, la sua opera, il perché Crumley non scriva un’autobiografia e il fatto che sia stato Lyndon B. Johnson a portare la corrente elettrica nell’Hill Country (se avete abitato nel Texas meridionale, come ho fatto io per sei anni, saprete che LBJ e le sue biografie scritte da Robert A. Caro sono un argomento quasi obbligato, ma Crumley ha con Johnson un legame del tutto personale). L’intervista  ha subìto dei tagli – sono state ridotte alcune digressioni, accorciati dei pensieri rimasti a mezz’aria – perché il dialogo di uno di noi, ovvero la sottoscritta, richiedeva un certo aggiustamento. Crumley, invece, era sempre il solito: loquace, coerente e sboccato, anche se quel pomeriggio era appena stato dal dentista e sosteneva di non sentirsi più il naso. «’sto dentista che mi cura si è messo a usare della novocaina francese che è davvero una bomba, ti rimbecillisce tutto un lato della testa.» Beveva Ketel One e acqua tonica da una cannuccia, unica concessione al suo volto privo di sensibilità. Io, invece, bevevo vino bianco, una mossa infelice che Jim, nella sua magnanimità, decise di perdonarmi. «Ti ho visto giocare a basket. Sei abbastanza tosta da bere vino bianco, se proprio vuoi.»

JAMES CRUMLEY: UN RICORDO

Pubblicato su James Crumley, books con i tag , il 19 Settembre, 2008 da lconti


«Ormai è fatta. Non è detto che questa sia la mia ultima terra. In gola ho ancora il sapore dell’orso, amaro del sangue degli innocenti; e nei recessi del mio vecchio cuore riesco ancora a ricordarmi il gusto dell’amore. Forse mi trovo qui solo per riposare. Per farmi un po’ di birre ghiacciate, al calduccio. Ma non importa quale sarà la mia ultima terra, perché le mie ceneri sono destinate a tornare nel Montana. Forse ho solo smesso di cercare l’amore. O forse no. Forse me ne andrò a Parigi. E chi lo sa? Ma col cazzo che me ne tornerò in Texas».

Il ricordo dello scrittore nelle parole di Luca Conti sull’Unità.

L’ultimo bacio di James Crumley

A ripensarci, pur in un momento così triste, è quasi impossibile trattenere un sorriso. Tanto più dopo aver scambiato i comuni ricordi di James Crumley con un bel po’ di suoi colleghi scrittori: tutti quanti (compreso il sottoscritto, che lo traduceva ormai da anni e continuerà a farlo) l’abbiamo incontrato nello stesso modo. Ovvero entrando in un bar, in Italia o negli Stati Uniti, che fosse durante un festival letterario o a una convention di giallisti. Se Crumley era tra i presenti, garantito che potevate trovarlo appollaiato su uno sgabello, davanti al bancone, oppure seduto a un tavolo in fondo al locale, circondato da bottiglie quasi sempre vuote. Come a Courmayeur, in una vecchia edizione del Noir in Festival, quando la sua sagoma da orso in miniatura – piccoletto, ma con la pancia del grande bevitore e un torace da peso massimo – era la prima cosa che si scorgeva rientrando in albergo, a qualunque ora del giorno e della notte.

Il bello è che la gente si teneva a debita distanza, qui e in America, perché lo scambiava per un tipo inavvicinabile, pronto magari a far scoppiare una rissa per un nonnulla, proprio come capita nel primo capitolo dell’Ultimo vero bacio, il suo capolavoro e uno dei romanzi fondamentali della letteratura americana del Novecento (tutta la letteratura, intendo, non solo quella di genere). Invece James era una persona dolcissima e affettuosa con la quale, certo, forse non era così facile andare d’accordo – e le quattro mogli prima dell’ultima, Martha Elizabeth, sono pronte a testimoniarlo – e con la straordinaria capacità di non prendersi sul serio, pur conoscendo benissimo il proprio valore. E, soprattutto, era un grande raccontatore di storie, forse ancora meglio che su carta: una miniera inesauribile di aneddoti, di esperienze incredibili (di guerra, di droga, di alcol) che si stentava a credere potessero essere capitate a una persona sola. La cosa singolare è che Crumley parlava quasi sempre e solo di se stesso, non certo per vanità, ma perché anche questo faceva parte della sua attività letteraria. Mettere le parole su carta era, per lui, un passaggio secondario. «I miei libri li ho tutti qui in testa,» fu una delle prime cose che mi disse. «Scriverli è un’altra faccenda, e non è sempre detto che vada a buon fine. Ne ho uno, per esempio, che mi sto portando dietro dal 1969, un grande romanzo sul Texas che quasi sicuramente non finirò mai. L’ultima volta che ho dato un’occhiata al manoscritto ero arrivato a ottocento pagine… e a quel punto le ho gettate nel fuoco. È vero che mi ero appena fatto una canna, ma ci ho messo due ore, a bruciarlo tutto.»

Forse è stata proprio la sua perenne insoddisfazione a produrre almeno due tra le pietre miliari dell’hard boiled: il già citato L’ultimo vero bacio, uscito nel 1978, e il precedente Il caso sbagliato, del 1975, che riapparirà tra breve nelle librerie italiane dopo un’assenza di quasi vent’anni. E, se L’ultimo vero bacio ha rivoluzionato il genere proprio come si rivolta un calzino, a partire dal suo leggendario primo capoverso – che Crumley sosteneva di averci messo solo otto anni a scrivere – Il caso sbagliato rappresentò, per i pochi che lo lessero all’epoca e per i tanti che lo hanno amato nel corso del tempo, il primo colpo di piccone assestato alle convenzioni ormai stantie del poliziesco americano: un improbabile investigatore privato che campa malamente con le cause di divorzio, fotografando coppiette abusive nei motel, che vive in un perenne stato etilico rinforzato da larghe dosi di marijuana e, quando capita, di cocaina, che indaga non per ristabilire la legge ma per amore dei soldi e per placare la solitudine, che passa da un bar all’altro circondato da una galleria di personaggi sfigati e marginali, reietti come lui ma ancora pieni di dignità personale in una società sfasciata dalle tragedie della Corea e del Vietnam.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno L’ultimo vero bacio. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

Luca Conti, da «L’Unità» del 19 settembre

( anche su www.einaudi.it)

SO LONG, JAMES

Pubblicato su James Crumley con i tag , il 18 Settembre, 2008 da lconti

Dice spesso la gente che la vita andrebbe presa come una scuola. Magari uno di quei college del Sud, lindi e pinti, dove ti basta passare l’ultimo esame per ritrovarti dritto, e senza traumi, a fluttuare in una piacevole eternità. Ma se la vita è come un college, allora io ho fatto cilecca di nuovo. Bocciato.

James Crumley, 2006

JAMES CRUMLEY DIES AT 68

Missoula author James Crumley, 68, died Wednesday afternoon at St. Patrick Hospital after many years of health complications.

When he died, Crumley was surrounded by family and friends, including his wife, Martha Elizabeth, and Missoula author and county emergency services director Bob Reid.

***

Segnalo, a chi fosse interessato, che domani, venerdì 19, uscirà un mio ricordo di Crumley sull’Unità.

E nei prossimi giorni, su questo blog, un sacco di altre cose. Una, comunque, voglio dirla subito.

È stato James Crumley a cambiarmi la vita. Ho deciso di fare questo mestiere, anni fa, nella speranza di poter tradurre un giorno The Last Good Kiss. È davvero andata così: e, come dice la celebre canzone di Gershwin, Who could ask for anything more?

JAMES SALLIS, LA STRADA PER MEMPHIS

Pubblicato su James Sallis, books con i tag il 12 Settembre, 2008 da lconti

Riporto in cima questo post per segnalare che la data definitiva di uscita del romanzo è il 25 settembre.

Ho già una copia del libro, che contiene anche una lunga e interessante postfazione di Tiziano Gianotti, e devo dire che sono molto soddisfatto del risultato.

Ah, si tratta di uno dei romanzi più belli di Sallis (l’ho già scritto, ma mi fa piacere ricordarlo) e forse il suo più malinconico.

Ricordo poi, visti gli equivoci insorti con Cypress Grove Blues/Il bosco morto, che La strada per Memphis è inedito in Italia e costituisce il secondo volume della trilogia aperta da Cypress Grove e chiusa da Salt River, la cui pubblicazione italiana è prevista per la seconda metà del 2009 (forse anche prima: dipende da quando uscirà sugli schermi Drive, il film di Neil Marshall interpretato da Hugh Jackman e tratto dall’omonimo romanzo di Sallis, del quale è appunto prevista la ristampa italiana assieme all’uscita del film).

Nerogiano

Traduzione dall’inglese di Luca Conti
Euro 17,00
224 pagine

Turner, ex poliziotto, ex detenuto ed ex terapeuta, ha deciso di accettare l’incarico di sceriffo a Cripple Creek, una piccola cittadina del Tennessee, a breve distanza da Memphis, in cui la criminalità, rispetto a quella della grande città in cui nel 1968 fu assassinato Martin Luther King, è decisamente minore e strettamente locale.
La vita per Turner sembra scorrere tranquilla in compagnia della sua compagna, Val Bjorn. Quando l’ascolta suonare il banjo, Turner ha davvero l’impressione che le ferite del suo passato siano definitivamente chiuse.
Una notte, però, lo sceriffo Don Lee arresta un ubriaco alla guida di un’auto.
Il tipo, che dice di chiamarsi Judd Kurtz, riserva non poche sorprese. In una borsa di nylon nascosta nel bagagliaio, Turner e Don Lee scoprono la bellezza di 200.000 dollari.
In capo a qualche giorno, poi, Kurtz riesce ad evadere dalla galera.
Gettando ogni cautela, Turner si lancia al suo inseguimento sulla strada per Memphis.
Ma, a Memphis, tutti i fantasmi che Turner pensava di essersi lasciato alle spalle tornano a farsi vivi. In una inarrestabile escalation di violenza , Turner si ritrova dolorosamente a dover fare i conti col suo passato e a mettere in pericolo tutto ciò che ora gli sta a cuore.

E il colpo di scena finale lascerà il lettore incredulo e stupefatto.

La scrittura di Sallis è dolorosa e necessaria, e in questo libro forse in più di ogni suo altro.

James Sallis, nato a Helena, Arkansas, nel 1944, è romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak). Autore di dieci romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes, ha abitato a lungo a Londra e in varie parti d’America. Adesso vive a Phoenix, Arizona. Giano sta pubblicando tutti e tre i romanzi della serie che ha come protagonista Turner: Il bosco morto, La strada per Memphis, La valle del sole.

Memphis, la sua vita criminale, un passato che non vuole passare e i tormenti dell’amore nella nuova avventura di Turner, il protagonista del Bosco morto.

«La strada per Memphis è un romanzo poliziesco in cui vibrano le emozioni… un romanzo che assomiglia a una poesia, un’ode al perduto».
Paul Kane, The Compulsive Reader

«Non puoi fare a meno di staccare ogni tanto gli occhi dalla pagina in segno di ammirazione».
Stephen Miller, January Magazine

«Una storia poliziesca che nessuno scrittore potrebbe scrivere meglio».
Chicago Sun-Times

«Un thriller e un’ode all’America profonda che ricorda lo stile lirico di James Lee Burke».
San Diego Union-Tribune

«Sallis ha l’occhio e l’orecchio del poeta e la sua prosa compatta rimanda al ritmo della musica del Tennessee rurale».
Seattle Times

«La lingua di Sallis ha il suono di un violino country».
Rocky Mountain News

«Il magistrale poeta e narratore Sallis padroneggia perfettamente la lingua, e quest’abilità rende ogni suo libro un’esperienza unica da assaporare».
Library Review

«Sallis è uno dei ritrattisti più dotati della scena del giallo, e i suoi romanzi sono perfetti dall’inizio alla fine».
Alfred Hitchcock Mystery Magazine

“SONO ANCORA VIVO, BASTARDI!”

Pubblicato su Horace McCoy, James Crumley, Peter Leonard, books con i tag , , il 2 Settembre, 2008 da lconti

… gridava Steve McQueen, ma almeno riusciva, beato lui, a scappare dai lavori forzati (il film è Papillon, per chi non se lo ricorda). Io, invece, sono rimasto alla catena per tutto il mese d’agosto, e ancora non è finita.

Comunque sia, è l’ora di ripartire anche con Last of the Independents. Intanto vi anticipo cosa uscirà di mio, nelle prossime settimane (oltre, finalmente, alla Strada per Memphis di James Sallis, di cui avevo già scritto qualche mese fa):

Un sudario non ha tasche di Horace McCoy, per Terre di Mezzo; nuova traduzione del grande e censurato classico hard boiled del 1935, che in Italia era irreperibile ormai da parecchio tempo (lo scorso anno, sempre per Terre di Mezzo e sempre di McCoy, ho ritradotto Non si uccidono così anche i cavalli?).

Il caso sbagliato di James Crumley, per Einaudi; nuova traduzione, anche qui, del primo romanzo dell’autore dell’Ultimo vero bacio e secondo - come qualità - solo al suo leggendario capolavoro (il libro era fuori catalogo, in Italia, da oltre tredici anni).

Brivido, di Peter Leonard, per Giano. Peter Leonard è il figlio di Elmore, e questo è il suo primo romanzo: un bel thriller che cerca a tutti i costi di non assomigliare ai libri del padre, a volte riuscendoci, altre un po’ meno (ma capisco che la presenza di un genitore simile possa diventare ingombrante).

Il resto ve lo racconto nei prossimi post.

SOMETIMES I WALK AWAY…

Pubblicato su music, soul con i tag , , il 18 Luglio, 2008 da lconti

Mi ero ripromesso di non parlare di musica, da queste parti (già lo faccio a sufficienza, tutti i giorni, in altra sede).

Però ho trovato due bei video di due tra le mie cantanti preferite, che interpretano brani - per tutta una serie di motivi - dal significato molto personale.

Il primo è Wish I Didn’t Miss You di Angie Stone, che è costruito sul giro di uno dei brani grazie ai quali, da piccolo, ho scoperto quanto mi piacessero il soul e il r&b, ovvero Back Stabbers degli O’ Jays:

Il secondo è Sista di Rachelle Ferrell, in una bella versione dal vivo, al livello di quella che ho ascoltato a Milano la scorsa settimana (che però durava almeno il doppio):

Ah, per chiudere (sembra che non c’entri nulla, ma c’entra, c’entra) il vecchio video dei Blue Nile, The Downtown Lights:

LC

RECENSORE, SENZA SAPERLO

Pubblicato su Daniel Woodrell, William Faulkner, books con i tag , , il 18 Luglio, 2008 da lconti

Tra i tanti mestieri che ho fatto negli ultimi anni, questo ancora mi mancava: il recensore ignaro.

Mi spiego. Vi è mai capitato di leggere qualcosa e pensare “ma io questa l’ho già sentita”?

Oggi, sul Venerdì di Repubblica, a pagina 94, si parla di Uno strano destino, splendido romanzo del magico Daniel Woodrell di prossima uscita in Italia per Fanucci. L’autore dell’articolo esordisce così:

“C’è una linea retta che dal William Faulkner più noir conduce a James Lee Burke e da Flannery O’Connor porta a Joe Lansdale, e comprende autori di generazioni, formazione diverse come Cormac McCarthy e Jim Thompson: tutti, chi più chi meno, intenti a perfezionare la grande tradizione del Gotico americano”.

Bella, eh?

E questa è la conclusione del mio Faulkner e il giallo, una cosa che avevo scritto qualche anno fa e che i visitatori di questo sito hanno potuto leggere il 3 giugno scorso:

“Ecco quindi la linea retta che da William Faulkner conduce a James Lee Burke, e che da Flannery O’Connor porta a Joe Lansdale, e che comprende, tra gli altri, autori di generazioni, formazione ed esperienze diverse come Daniel Woodrell, Cormac McCarthy, Charles Willeford e Jim Thompson: tutti, chi più chi meno, intenti a perfezionare la grande tradizione del Gotico Americano.”

Che dire? Intanto, mi spiace che abbiano omesso il povero Willeford, il mio scrittore preferito.

Poi non resta che citare la battuta preferita di Sid Hudgins, il giornalista ficcanaso di Hush-Hush nei romanzi di Ellroy: “Ricordatelo, comunque: ve lo abbiamo detto noi per la prima volta: garantito, di prima mano, e in via molto, molto confidenziale” (James Ellroy, White Jazz, 1992; traduzione di Carlo Oliva).

Comunque sia, il Venerdì di Repubblica mi deve almeno una birra.

(già che ci siamo, non è vero, come scrive il suddetto recensore, che Cavalcando col Diavolo - il film di Ang Lee - è stato tratto dal romanzo di Woodrell Il bel cavaliere se n’è andato, in originale The Death of Sweet Mister. Proviene invece da Woe to Live On, uscito in Italia nel 2000 per Le Vespe, piccolo editore di Pescara).

LC

JAZZ & NOIR (remix)

Pubblicato su jazz & noir con i tag , il 16 Luglio, 2008 da lconti

Questa è, in anteprima assoluta, la copertina del prossimo numero di Musica Jazz, in uscita a fine luglio. Un numero speciale dedicato in larga parte agli incroci tra jazz e film noir (con un bel saggio di François Guérif, più articoli e interviste realizzati dal titolare di questo sito), che comprende anche un Cd stracolmo di brani tratti da celebri e meno celebri colonne sonore di film e telefilm polizieschi, alcune delle quali non sono reperibili altrove e che ho scovato in fondo alla mia collezione di stranezze.

Il saggio di Guérif - uno dei più noti critici europei di cinema e noir - serve anche da anticipazione del monumentale Dizionario delle letterature poliziesche, la cui edizione francese è stata curata da Claude Mesplède e quella italiana dal sottoscritto e dal suo partner in crime Giovanni Zucca, e che uscirà per Mondadori (nella collana DOC) il prossimo novembre.

Aggiungo, per chi lo volesse scaricare, l’MP3 di uno splendido brano che, per motivi di spazio, non è purtroppo entrato nella selezione finale del Cd: il tema principale di The Big Combo, un grande film noir del 1955 diretto da Joseph H. Lewis e interpretato da Cornel Wilde e Richard Conte. Il brano è stato scritto da David Raksin, uno dei più importanti autori di musica da film di tutti i tempi.

The Big Combo [Il download non è momentaneamente disponibile]

LC

IL GIALLO MONDADORI IN RETE

Pubblicato su books con i tag , il 15 Luglio, 2008 da lconti

Alla vigilia del suo ottantesimo compleanno, il Giallo Mondadori - da tempo nelle robuste mani di Sergio Altieri - approda finalmente su Internet con un blog:

http://blog.librimondadori.it/blogs/ilgiallomondadori/

Tanti auguri, e buona fortuna!

LC

THINGS AIN’T WHAT THEY USED TO BE

Pubblicato su books il 14 Luglio, 2008 da lconti

LAURA & LUISA, THE DYNAMIC DUO

Pubblicato su Laura Lippman, books con i tag il 12 Luglio, 2008 da lconti

Laura Lippman
Baltimora Blues

Nerogiano

Traduzione di Luisa Piussi

Pagine 312
Euro 17,50
Collana: Nerogiano

Il giornale presso cui lavorava, il secondo quotidiano di Baltimora, ha chiuso i battenti un paio di anni fa e da allora Tess Monaghan, ventinove anni, capelli lunghi castani raccolti in una treccia, la pelle chiara e gli occhi castani, non vive certo uno dei suoi momenti migliori. Senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione, trascorre il tempo andandosene a vogare la mattina al Circolo di Canottaggio e a correre la sera per le strade di una Baltimora che non se la passa bene nemmeno lei, col suo triste record di un omicidio al giorno.

Prima opera della serie che ha rivelato il talento di Laura Lippman sulla scena letteraria internazionale, Baltimora blues è, come ha scritto George Pelecanos, uno di quei «romanzi intelligenti, innovativi e avvincenti» che hanno «hanno dato nuova linfa al genere poliziesco».

LIBRI AUTOTRADOTTI?

Pubblicato su books, traduzione con i tag , il 11 Luglio, 2008 da lconti

Immagino che qualcuno abbia letto su Repubblica dell’uscita di una nuova collana (www.espressonline.it/shortstories) che raccoglie famosi racconti della narrativa angloamericana con testo a fronte e «note linguistiche». lI primo, ovvero The Short Happy Life of Francis Macomber di Ernest Hemingway, è in edicola da oggi, e altri nove volumetti seguiranno a scadenza settimanale.

Da qualche giorno, com’è ovvio, il gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso pubblicizza questa iniziativa. Ieri, su Repubblica, è apparso un articolo molto generico di Stefano Giovanardi; oggi, invece, ben due pezzi: uno, l’ennesimo catalogo di banalità e luoghi comuni sulla traduzione, firmato da Irene Bignardi, l’altro – ben più serio e documentato – di Nadia Fusini.

Chi, come il sempre ottimista Luca Conti, all’annuncio (la scorsa settimana) di tale iniziativa, aveva pensato che, trattandosi di una serie che ha come oggetto proprio la traduzione e il suo confronto col testo originale, l’apporto dei traduttori medesimi sarebbe stato una buona volta messo in doveroso risalto, ha subito dovuto constatare che no, manco per il piffero.

Nell’articolessa di Giovanardi – in mezzo a una valanga di considerazioni più o meno condivisibili, ma tutte molto generiche – non si faceva il minimo accenno a chi avesse tradotto l’Hemingway. Va be’, mi sono detto, sarà per domani.

Stai fresco.

Il pezzullo di Irene Bignardi se ne guarda bene (però ci informa che Eco ha certe volte parlato della traduzione, che nel film Lost in Translation l’argomento è appunto quello, e che in italiano quando si parla di traduzione la prima frase che viene in mente è «traduttori traditori»), dicendo invece che tale iniziativa sarà soprattutto utile al lettore per «litigare direttamente con i traduttori» (a patto, immagino, di sapere chi siano).

Solo a tre quarti buoni del pezzo di Nadia Fusini – e comunque sepolto in un inciso – il lettore ignaro scopre, ammesso che a ‘sto punto gli interessi ancora, che per il Macomber è stata usata la versione italiana di Vincenzo Mantovani e non già quella di Guidobaldo Scaccabarozzi.

Farlo notare, magari, poteva pure essere interessante, visto che di traduzioni italiane del Macomber ne esistono due (l’altra è quella storica di Giuseppe Trevisani).

Non basta. Curioso come al solito, acquisto oggi il volumetto per scoprire che in copertina non è citato il nome del traduttore (ma che strano, per una serie col testo a fronte) così come non ne è fatta menzione nel frontespizio, in barba a ogni regola. Solo districandosi nel controfrontespizio, sotto il copyright della Mondadori, il lettore ficcanaso scoprirà il legittimo nome di colui che ha in effetti reso possibile l’intera operazione.

In sintesi, perché l’ho fatta lunga, tutta questa faccenda mi sembra abbastanza imbarazzante (e non entro nel merito delle «note linguistiche»), soprattutto perché mi chiedo a chi e a cosa serva una tale collana, se fatta in questo modo.

E se davvero la finalità dell’operazione era quella di porre l’accento sulla comparazione dei testi, non ci voleva molto a chiedere ai traduttori dei singoli racconti un contributo che spiegasse il perché delle loro scelte, il modo di affrontare il testo e tante belle cose che la categoria cui appartengo continua a reclamare da tempo quasi immemorabile.

In questo modo, invece, si tratta dell’ennesima occasione perduta, che continua inoltre a perpetuare nella mente del lettore nostrano quel fenomeno ormai mitologico per il quale, è noto, i libri e i racconti scritti in una qualche lingua straniera riescono brillantemente ad autotradursi in italiano.

LC

KENNETH FEARING, THE BIG CLOCK

Pubblicato su Kenneth Fearing, books con i tag il 28 Giugno, 2008 da lconti

«Un delitto viene compiuto nelle prime pagine e i sospetti della polizia si concentrano su una certa persona (il personaggio principale). Per provare la sua innocenza, costui deve industriarsi a trovare il colpevole, anche se per fare ciò egli rischia la vita. Si può dire che, in questo caso, il personaggio principale è allo stesso tempo il detective, il colpevole (agli occhi della polizia) e la vittima (potenziale) dei veri assassini»

Per Tzvetan Todorov, l’autore di questa citazione, il romanzo poliziesco è per natura più portato a conformarsi ad una stretta griglia di regole già fissate piuttosto che a trasgredirle; un genere consolatorio la cui funzione è il ristabilimento dell’ordine costituito, interrotto dall’evento delittuoso. E, senza andare a scomodare il Collége de Pataphisique e l’Oulipo, che alla fine degli anni Sessanta si erano brevemente interessati a queste categorie, basta avere una benché minima frequentazione del genere per sapere benissimo che in larga parte le linee tracciate dalla classificazione di Todorov sono esatte. Più interessante, allora, è cercare di scoprire in quali casi, in quali autori, e soprattutto con quali risultati le regole scritte e non scritte del romanzo giallo, sia classico sia hard boiled, sono state allegramente e deliberatamente violate.

(l’articolo intero è qui)

PS numero uno: il post - che è molto lungo, ve lo dico subito - riproduce la mia postfazione all’edizione Einaudi Stile Libero (2001) di The Big Clock, ovvero Il grande orologio.

PS numero due: quello riprodotto a lato è il risvolto dell’edizione Garzanti (1953) di The Dagger of the Mind, che ovviamente non è l’unico poliziesco di Fearing.

LC

CHRISTOPHER COOK, ROBBERS

Pubblicato su Christopher Cook, books con i tag il 21 Giugno, 2008 da lconti

Tra tutti i libri che ho tradotto - e cominciano a essere tanti, ormai - Robbers, di Christopher Cook, è uno di quelli cui sono più affezionato. Da un lato per la straordinaria difficoltà del testo, che mi ha fatto sudare le proverbiali sette camicie, oltre che del virtuosistico linguaggio usato dall’autore, personaggio singolare quant’altri mai; dall’altro…

Il Texas è una gabbia di matti. E se lo dice un texano doc come James Crumley, che nello Stato della Stella Solitaria c’è nato, per poi passare la sua vita di scrittore nel tentativo di restarne lontano, c’è da credergli. In Texas tutto è sovradimensionato, larger than life: dalle bistecche alle distanze, dalle automobili all’ego degli abitanti. Ed è esagerato anche l’attaccamento dei texani alla loro musica, alle loro musiche: il country, in particolare, ma anche il blues, il gospel e il rock, che da quelle parti, forse più che altrove, sanno coesistere, mescolarsi e offrire frutti sostanziosi. Non c’è quindi da stupirsi che un romanzo come Robbers, spaccato iperrealista di una poco conosciuta America che vive all’interno dell’America ufficiale, sappia caratterizzare i suoi protagonisti anche con l’uso sapiente di una vera e propria colonna sonora, un turbine di citazioni musicali, di cantanti e canzoni del presente e del passato.

Un romanzo, Robbers, in cui i bambini vengono battezzati col nome dei cantanti country più in voga, da Randy Travis a Waylon Jennings; in cui croce e delizia del ranger Rule Hooks è la sua straordinaria somiglianza con Porter Wagoner, celeberrimo cantante country degli anni ’60 e ’70 e storico partner di Dolly Parton; in cui l’autoradio della Cadillac usata da Eddie e Ray Bob per le loro razzie nel Texas orientale scandisce tempi e ritmi dell’azione al suono di bluesmen storici come Lightnin’ Hopkins e Charley Patton e di popolari esponenti del country attuale come Alan Jackson e Mark Chesnutt, Dwight Yoakam e Garth Brooks; in cui anche i jukebox delle bettole sulla costa possono diventare motivo di contesa tra chi vuole ascoltare black music – che sia il blues elettrico di Johnny Copeland, Albert Collins, T-Bone Walker o il soul di Percy Sledge o il R&B di Percy Mayfield – e chi ritiene che l’unica buona e vera musica sia il country vecchio stile di George Jones e Tammy Wynette, Hank Snow e Loretta Lynn.

E così come l’intera vicenda del romanzo viene messa in moto da un banale diverbio per una moneta da un centesimo, è poi la musica a fornire al libro il suo scheletro, ad appiccicarsi alla pelle dei protagonisti come l’aria surriscaldata e irrespirabile di Houston e Texas City, a spingere gli attori di questa grottesca tragedia a identificarsi con i rispettivi eroi musicali: Rule Hooks con Porter Wagoner, Della con Mariah Carey, Bubba Bear con Muddy Waters e l’intero pantheon del blues (Robert Lockwood, Willie Dixon, Otis Rush, Little Walter), Eddie con bluesmen dal passato criminale quali Leadbelly e Son House. Il Texas raccontato da Christopher Cook – cresciuto, al pari di Elvis e Jerry Lee Lewis e Little Richard, al rombo dei cori della chiesa Pentecostale, là dove gospel e rock’n’roll spesso diventano una cosa sola – è un luogo quasi mitologico, dove chi rapina le stazioni di servizio tiene in sottofondo la musica di Lyle Lovett, per poi fuggire analizzando con cognizione di causa le differenze tra il rock sudista degli Allman Brothers e quello dei Lynyrd Skynyrd.

Un luogo dove i ricercati si travestono da Roy Orbison e si spacciano per compaesani di Robert Johnson, mentre i nostalgici dei tardi anni ’60 ancora ascoltano In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly e ancora si eccitano all’assolo di batteria, dove Janis Joplin, i Boogie Kings, i fratelli Edgar e Johnny Winter sono glorie locali che proprio per questo (“sono nati da queste parti, sai com’è”) sanno parlare al cuore della gente. Dove il bluesman, nero o bianco che sia, è “un artista della rapina che ruba un momento al tempo, il poeta eterno che paga per i crimini altrui, che guarda in faccia la realtà senza chiudere gli occhi, che canta la salvezza e il peccato”.

LC

MANI IN ALTO, ELMORE!

Pubblicato su Elmore Leonard, books con i tag il 20 Giugno, 2008 da lconti

Scontri tra popoli e civiltà, conflitti tra anarchia e ricerca dell’ordine, individuo e collettività, banditi e sceriffi, indiani e giacche blu. Mitologia e realismo, luoghi dell’anima e corpi impolverati: in una parola sola, il West secondo Elmore Leonard.

Traduzione di Luca Conti
Stile libero/Noir
pp. X-676 € 20,00

Piste polverose che solcano il deserto. Cappelli Stetson calcati sugli occhi.
E fucili a canne mozze, canyon, saloon, corral - e sceriffi, cowboy, cavalleggeri. Apache. È questo il mondo che Elmore Leonard esplorò negli anni Cinquanta, fin dal suo esordio con La pista apache: alcuni indiani ribelli e un bianco, Travisin, che per vincerli usa non tanto le armi, quanto l’intelligenza e una lealtà tale da guadagnargli il rispetto anche dei nemici. Sono così, gli eroi di Leonard. Uomini che vincono non solo perché sparano meglio, ma perché combattono con coraggio, pazienza e correttezza. Anche se non sono modelli di virtù - come Pete Given, che in Dietro le sbarre entra in prigione ubriaco e ne esce vicesceriffo dopo aver impedito un’evasione; o perfino se sono destinati a diventare dei farabutti - come Bobby Valdez, che in Buoni e cattivi non riesce a salvare un uomo da una falsa accusa e, da tutore della legge, si trasforma in bandito.
Trenta racconti scritti quasi tutti nel giro di un decennio, ambientati in Arizona e New Mexico tra il 1870 e il 1890, capaci di evocare il mito eterno della frontiera con un ritmo serratissimo e un linguaggio di forte impatto visivo. Trenta racconti che, sulla carta come al cinema, hanno plasmato il genere western.

www.einaudi.it

STUART TOWNE (Clayton Rawson, 1906-1971)

Pubblicato su Clayton Rawson, Stuart Towne con i tag il 16 Giugno, 2008 da lconti

Questo è uno dei libri più rari che possiedo. Ristampato in Canada tre anni fa da una microscopica casa editrice, in edizione costosissima e super limitata (l’originale, quello che ho io e che vedete qua sopra, è del 1941) e mai tradotto in italiano. Sotto lo pseudonimo di Towne si nascondeva Clayton Rawson, uno dei maestri della camera chiusa e del delitto impossibile, creatore del Grande Merlini e di Don Diavolo, amico fraterno di John Dickson Carr e grande appassionato di magia e prestidigitazione.

FRANK KANE (1912-1968)

Pubblicato su Frank Kane con i tag il 16 Giugno, 2008 da lconti

Uno degli autori che hanno segnato la mia adolescenza. Non era un grande scrittore, Frank Kane, ma un fantastico creatore di atmosfere. E il suo personaggio, Johnny Liddell, la quintessenza dell’investigatore privato.

Di lui non si è mai saputo molto. Qui sopra, l’unica sua foto che conosco (cliccare per ingrandirla), tratta dal retrocopertina di Bullet Proof, libro che ho acquistato non ricordo ormai più quanti anni fa.

Non si è mai saputo molto, dicevo, fino a quando sua nipote, Maura Fox, ne ha scritto un bel ricordo pubblicato sul sito Thrilling Detective, tappa d’obbligo per tutti gli amanti dell’hard boiled.

LC



JOHN WAINWRIGHT (1921-1995)

Pubblicato su John Wainwright, books con i tag , il 16 Giugno, 2008 da lconti

Nella Londra degli anni Sessanta, la Mecca degli aspiranti scrittori di romanzi polizieschi era un minuscolo ufficio in un antico palazzo di St. James’. Per arrivarvi bisogna salire una scala malandata e pericolosa, che aveva pezzi della ringhiera tenuti insieme con una corda, e aprire una porta con il pomo mezzo svitato che rischiava di restare in mano al visitatore. Ma in cima a quelle scale, e dietro quella porta, c’era una scrivania alla quale sedeva lord Hardinge, l’editor del Collins Crime Club, ossia l’uomo che ogni mese pubblicava due gialli di autori famosi come Agatha Christie, Julian Symons, Ngaio Marsh, Rex Stout, e che ogni tanto lanciava anche l’opera prima di qualche nuovo talento.

Vent’anni fa, sulla scrivania di lord Hardinge arrivò un giorno il dattiloscritto di uno sconosciuto, dal titolo Death in a Sleeping City. Hardinge iniziò a leggerlo perchè glielo aveva mandato un agente letterario di cui aveva piena fiducia, John McLaughlin, e arrivò all’ultima pagina senza mai alzare la testa, perchè ne era rimasto subito affascinato. La storia, firmata John Wainwright, era quella di alcuni killer della mafia che uccidono un traditore in una città della provincia inglese, e rivelava non solo la mano di un ottimo narratore, ma anche una perfetta conoscenza della polizia e dei suoi metodi.
Death in a Sleeping City fu un caso rarissimo di opera prima pubblicata dal primo editore che l’aveva letta. E, prima ancora che apparisse nelle librerie, Wainwright (che faceva il poliziotto in un villaggio presso Harrogate) aveva già quasi finito il suo secondo romanzo. Scriveva di notte, come fa anche oggi, spinto da una passione irresistibile. «A quel tempo, non dormivo quasi mai più di quattro ore» racconta. «Spesso, quando mi alzavo dalla macchina per scrivere, era l’alba e dovevo prepararmi a riprendere servizio».

Oggi, nonostante sia da tempo in pensione, Wainwright conserva ancora un certo physique du role del poliziotto: è un uomo di 62 anni, muscoloso, coriaceo, con una massa di ispidi capelli bianchi e una voce rauca, raschiante. Ha scritto ormai sessanta romanzi; il sessantesimo, Spiral Staircase, è stato recentemente pubblicato da Macmillan. «E tutti contengono una vigorosa componente etica, schietta, profondamente sentita e altrettanto coinvolgente» afferma lord Hardinge, che da Collins è passato alla Macmillan.
Coinvolgente è la parola esatta: il classico senso morale dell’uomo tutto d’un pezzo. E questo spiega, forse, perchè un uomo così, rigoroso e inflessibile con tutti, anche con chi stava molto sopra di lui, sia rimasto sempre al livello più basso durante la sua lunga carriera nella polizia. Negli anni Cinquanta gli accadde di arrestare un tale per guida pericolosa, e poi risultò che questo tale era un pezzo grosso del consiglio della contea. Il vice capo della polizia gli disse di strappare la denuncia, perchè il caso era molto imbarazzante, e lui rifiutò di obbedire. «Scoppiò un putiferio» ricorda Wainwright. «II vice capo mi urlò che, finchè fosse rimasto in carica lui, non avrei fatto neanche un passo avanti, sarei stato sempre un semplice poliziotto di zona. A suo credito, devo dire che era un uomo di parola».

Boicottato da un superiore, Wainwright pensò che sarebbero stati costretti comunque a promuoverlo, se avesse preso una laurea in legge all’Università di Londra, studiando nel tempo libero. «Non conoscevo il latino, e questo era un grosso handicap perchè dovevo sostenere un esame di diritto romano. Così, Avis, mia moglie, mi traduceva a voce alta il Codex Iustinianus e io lo imparavo a memoria mentre stavo in cima a una scaletta e dipingevo le pareti di casa. Ci vollero sette anni per finire gli studi, ma in Inghilterra non si trovano molti poliziotti laureati in legge che pattugliano le strade. Comunque, anche così, non riuscii ad avanzare nella carriera. Alcuni anni dopo cominciai a leggere qualche poliziesco. Era chiaro che gli autori non si erano documentati bene, che non avevano nemmeno la più pallida idea di cos’è una vera caccia all’uomo o un’indagine su un omicidio. Be’, saprei fare meglio di loro, mi dissi a un certo punto…»

Quando il primo romanzo apparve nelle librerie, Wainwright venne convocato di nuovo dal famoso vice capo della polizia. «Mi disse che dovevo smettere di scrivere. Io replicai che non poteva ordinarmelo, perchè nel regolamento della polizia non c’era niente che lo vietasse. L’avevo letto bene, e lui no. In ogni caso avevo già firmato un contratto per tre libri: dunque, come mi si poteva imporre di violare la legge mancando ai miei impegni? Così continuai a scrivere e a fare il poliziotto. Ero al quarto romanzo quando ebbi un esaurimento nervoso. Il medico mi disse: Lei si crede d’essere Dio, ma non lo è. Dunque, faccia una scelta tra i suoi due mestieri. Mi mancavano solo cinque anni per arrivare alla pensione, ma non ebbi esitazioni e mi tolsi l’uniforme. Allora, Avis e io comprammo un piccolo bungalow a Flamborough e l’enormità di quello che avevo fatto mi colpì come una mazzata in testa quando un mattino, svegliandomi, pensai: Mio Dio, adesso devo scrivere per guadagnarmi da vivere.».

Da quel momento, l’ansia per la propria sicurezza economica lo avrebbe indotto a scrivere regolarmente una media di duemila parole il giorno, sette giorni su sette, producendo per molto tempo sei libri l’anno.
«Ma non li ha mai prodotti, come si suol dire, con lo stampino» precisa il suo agente. «Wainwright si rinnova continuamente, scrive sempre romanzi differenti. Ogni volta che ne attacco uno nuovo, ho il sospetto di trovarmi davanti a una storia prevedibile, e immancabilmente mi sbaglio. Tutti i suoi libri mi sorprendono per la loro freschezza, per la potenza immaginifica».

Wainwright dà una spiegazione diversa del proprio successo. Sotto la sua scrivania c’è un enorme cestino per la carta straccia. «Ecco il segreto» dice. «Ho scritto sessanta romanzi, ma ho buttato via l’equivalente di altri sessanta. Il mio genere non è quello del mystery, del chi-l’ha-fatto. Non mi interessano le misteriose orme lasciate nelle aiuole, i lord trovati morti sul pavimento della biblioteca perchè qualcuno gli ha lanciato una freccetta avvelenata dal buco della serratura. Io scrivo suspense, mi occupo del perchè-l’ha-fatto. E’ questo che mi affascina, così come mi ha affascinato sempre quando facevo il poliziotto.
«Tutti sono istintivamente affascinati dall’omicidio. Tutti sanno che sono le cose piccole, irrilevanti, a provocarlo. Quasi ogni assassinio viene commesso sotto la spinta di un impulso improvviso: quindi la pena di morte non è un deterrente efficace.
«Uno degli assassini che ho conosciuto mentre facevo il poliziotto era venuto da noi a dirci che aveva ucciso la moglie. E la cosa tremenda è stata che non gli abbiamo creduto, che gli abbiamo detto di non raccontare fesserie. Ci ha messo venti minuti per convincerci che l’aveva ammazzata a fucilate.
«La migliore polizia che abbiamo mai avuto in Inghilterra è stata quella dell’immediato dopoguerra. Era una forza ben disciplinata, che attirava gli uomini appena congedati dall’esercito. Come molti altri, io vi sono entrato per avere un alloggio gratis». Durante la guerra, Wainwright aveva prestato servizio in aviazione, come mitragliere, e partecipato a 72 missioni di bombardamento in territorio nemico.

Adesso Wainwright scrive due o tre romanzi l’anno – una produzione ancora eccezionale – e spesso è talmente assorto nel lavoro da perdere la cognizione del tempo. Lui e sua moglie formano una coppia unita. Nel pomeriggio (il mattino è consacrato alla macchina per scrivere) si dedicano insieme al giardino oppure escono per fare qualche spesa. La sera, dopo il telegiornale, fanno il bagno e si mettono in vestaglia e pantofole come se stessero per coricarsi, ma in realtà si preparano a una lunga veglia.
«Guardiamo solo due programmi televisivi, in modo che io possa continuare a scrivere» racconta Wainwright. «Verso mezzanotte, prendiamo un libro e uno dei due lo legge ad alta voce per un’ora». Uno dei loro scrittori preferiti è Robert Graves. E poi si sono goduti molto A sangue freddo di Truman Capote, Viaggio con Charley di Steinbeck e L’ultima battaglia di Cornelius Ryan. Ci hanno messo tre anni per leggere la Bibbia al ritmo di un capitolo per sera. «E la Bibbia ci ha fatto molto riflettere, piena com’è di violenza, omicidi, incesti, omosessualità… per parlare solo dei peccati veniali. Chissà che cosa dovevano essere Sodoma e Gomorra».

C’è un pianoforte verticale Bechstein nel soggiorno di casa Wainwright, e lo scrittore suona altrettanto bene musica classica e jazz. La domenica, Avis esegue sempre le Laudi. Marito e moglie dicono le preghiere ogni sera. Le vacanze vanno spesso a trascorrerle a Lytham St. Anne, sulla costa del Lancashire: due settimane di riposo. Non si sognerebbero mai di avventurarsi all’estero, e Wainwright detesta Londra. L’anno scorso hanno tentato per qualche mese di vivere in Cornovaglia, ma il clima umido non si confaceva alla bronchite cronica dello scrittore, e così sono tornati al loro bungalow di Ripon, nello Yorkshire. II bungalow è piccolo, ha i muri bianchi e pesanti tende di pizzo alle finestre che proteggono la privacy. Marito e moglie sono praticamente astemi e hanno soltanto una macchina, una piccola Ford blu. Come lo spendono, allora, tutto il denaro che viene dai libri? Wainwright non è loquace in proposito. «Mettiamola così» dice, accendendosi una sigaretta che lo fa tossire. «Guadagno molto, ma molto di più di un vice capo della polizia». Lui e sua moglie, spiega, sono diventati quasi dei reclusi. «Posso contare i miei vari amici sulle dita di una mano, lasciando fuori il pollice». Non sembra considerare un’ironia il fatto che un uomo come lui, così acuto nell’indagare i motivi del comportamento umano, faccia del suo meglio per evitare la compagnia del prossimo.

Ogni casa in cui i Wainwright hanno abitato, da quando lui ha lasciato la polizia, è stata chiamata DIASC, ovvero l’acronimo di Death in a Sleeping City, il primo romanzo di John. Ma i loro vicini non hanno mai saputo il perchè di quel nome.

Il Giallo Mondadori n°1871, 9 dicembre 1984

LC

AGATHA CHRISTIE E L’ASSASSINIO DI ROGER ACKROYD

Pubblicato su Agatha Christie, books con i tag il 8 Giugno, 2008 da lconti

Anch’io, come tanti, sono cresciuto a pane e Agatha Christie. Ricordo come fosse oggi l’impressione che da piccolo (avrò avuto otto, nove anni) mi fece la lettura di Tre topolini ciechi in una versione condensata, come si diceva allora, scovata a casa di qualche parente in uno di quegli assurdi volumi di Selezione. Quello è stato il colpo decisivo. Da allora, non mi sono più ripreso. E cominciavo davvero bene: già nel primo giallo che leggevo in vita mia c’era una, diciamo così, scorrettezza memorabile (che taccio per decoro, anche se credo tutti sappiano chi è l’assassino).

Credo che la Christie sia, stilisticamente, una pessima scrittrice. Le «psicologie di certa nobiltà inglese» dell’epoca sono state tratteggiate assai meglio da autori come Evelyn Waugh, Ivy Compton-Burnett (scrittrice che ho sempre pensato abbia con la Christie sorprendenti affinità), Georgette Heyer (nei suoi pochi, ma eccellenti gialli), P.G. Wodehouse. Tutta gente che, rispetto alla Christie, aveva una ben altra padronanza della lingua, addirittura a livelli vertiginosi, come nel caso di Wodehouse o di Waugh.
L’inglese della Christie è greve, spento, a volte pesante come il piombo. Il livello della scrittura è spesso deprimente, con qualche occasionale sprazzo di brillantezza a ravvivare un panorama prevalentemente uniforme.

Non è un caso che la Christie non abbia mai avuto problemi a riadattare per il teatro i suoi romanzi e racconti: le commedie mostrano, secondo me, il lato più sentito della sua vocazione letteraria, fuori dalla fastidiosa necessità di dover rimpolpare il testo con noiose descrizioni di paesaggi, abitazioni, persone o stati d’animo.
E questo è già un primo indizio.

Il nocciolo della questione, in realtà, sta altrove. Sta nel profondo equivoco in cui, per decenni, si è dibattuta la valutazione critica della Christie. Sta nel fatto che, con ogni evidenza, Agatha Christie è uno degli autori più fraintesi e male interpretati di tutta la letteratura del Novecento.

Suggerisco, a chi è interessato all’argomento, la lettura di un aureo volumetto pubblicato in Francia nel 1998 dalle Editions de Minuit: Qui a tué Roger Ackroyd? scritto da Pierre Bayard, studioso di teoria della letteratura (edizione inglese, più facilmente reperibile, Who Killed Roger Ackroyd?, Fourth Estate, 2000).
In questo studio Bayard smonta un pezzo per volta quello che è forse il più famoso romanzo della Christie, e certamente quello che in massimo grado le ha procurato le più veementi accuse di «scorrettezza»; e poi utilizza gli elementi appena smontati per comporre un «nuovo» The Murder of Roger Ackroyd, che conduce a una soluzione completamente diversa e perfettamente plausibile (anzi, forse più plausibile dell’originale). Soluzione che sostiene, e dimostra, che il vero assassino non è quello dichiarato, e rivelato, al termine del romanzo.

Con questo tour de force Bayard intende farci capire che, sotto la superficie del romanzo originale, la Christie ha inteso seppellirne un altro, ben più profondo, il cui disvelamento è completamente lasciato al lettore (e il fatto che la Christie fosse moglie di un archeologo, e grande appassionata di scavi per proprio conto, non può che indurre alla riflessione).

Gèrard Genette, in Figures III, uno dei testi fondamentali di teoria della narrazione, cita proprio il Roger Ackroyd della Christie, assieme ad Armance di Stendhal, come esempio del cosiddetto racconto «a focalizzazione interna fissa» (ovvero, un testo nel quale tutto il racconto passa attraverso il punto di vista del narratore); racconto in cui, a un certo punto, ha luogo una «parallissi» (ovvero, l’omissione di un’azione o di un pensiero importante, che il narratore sceglie di dissimulare al lettore). In Armance si tratta dell’impotenza sessuale del narratore; nell’Ackroyd… beh, bisogna leggerselo.

La stessa intuizione, a proposito del Roger Ackroyd, l’ha avuta anche Roland Barthes, in S/Z, che definiva la «scorrettezza» della Christie con l’espressione ben più accademica di «mescolanza dei sistemi».
Si legge nel volume di Bayard, poi, che l’ultimo scritto lasciato da Georges Perec era, per l’appunto, un saggio sul Roger Ackroyd; saggio rimasto purtroppo incompiuto, ma del quale sono apparsi estratti sulla rivista Littérature.

Gran parte dei romanzi della Christie nasconde un doppio (a volte addirittura triplo) livello di lettura. La cosa più impressionante, per citarne una, e che a distanza di quarant’anni la Christie ripete pari pari, forse in maniera ancor più sottile, la scelta stilistica del Roger Ackroyd in quello che a mio avviso è il suo capolavoro assoluto, Endless Night (Nella mia fine è il mio principio, 1967).
E, ancora, la terza variazione sul medesimo tema (ma cronologicamente scritta per seconda, nel 1946: Curtain (Sipario, 1975).

Ma l’idea formante del Roger Ackroyd percorre come un fil rouge l’intera opera narrativa della Christie, il più delle volte mescolata ad altre fondamentali manipolazioni combinatorie della verità dei fatti.
Secondo Bayard (e si può essere d’accordo): «La varietà e la complessità delle situazioni proposte dalla Christie, se da un lato dovrebbero servire a rafforzare il modello di romanzo giallo proposto da Van Dine mediante la semplice proliferazione di opere basate sulle regole di Van Dine stesso, dall’altro lato servono invece ad esporre i punti deboli della teoria vandiniana. Alla fine, l’intera opera della Christie rivela una tale molteplicità di significati all’interno della quale ogni elemento, modificabile all’infinito, va preso con assoluta cautela».
Il che vuol dire, in estrema sintesi, che a forza di complicare le cose, e di suggerire sempre un secondo livello di lettura, la Christie finisce col dissolvere l’idea stessa di leggibilità del romanzo giallo così come appena teorizzata da Van Dine: ovvero, una e una sola soluzione (curioso, ancora, come già nel 1958 il titolo dato alla traduzione italiana di Ordeal by Innocence ponesse, forse inconsciamente, l’accento su questo aspetto cardine della poetica christiana: Le due verità).

Per concludere, vorrei ricordare quella che resta una delle più brillanti applicazioni post-christiane della teoria del punto di vista nel romanzo giallo: The Big Clock di Kenneth Fearing (Il grande orologio, 1946): un romanzo che, proprio come il Roger Ackroyd, esige l’intervento del lettore per poter funzionare.
Agatha Christie come precursore del nouveau roman? C’è da pensarci su.

Anzi, c’è quasi da vedere la dolce zia Agatha come la maestra di Patricia Highsmith.

LC


PROSSIME USCITE

Pubblicato su George Pelecanos, James Lee Burke, Robert Crais, books con i tag il 8 Giugno, 2008 da lconti

Tre uscite di grande rilievo, a luglio 2008. Tre dei più importanti autori di crime novels in attività pubblicano i loro nuovi romanzi. Si annuncia un’estate di fuoco (solo negli Stati Uniti; da noi, bisognerà aspettare).

COPERTINE STORICHE

Pubblicato su books con i tag il 7 Giugno, 2008 da lconti